Cesare deve morire

Paolo e Vittorio Taviani conquistano un meritato Orso d’oro al festival di Berlino 2012 con Cesare deve morire, il racconto della messa in scena del Giulio Cesare di Shakespeare da parte dei detenuti del carcere romano di Rebibbia. L’ambiziosa scommessa del film consiste nel fare i conti con il teatro, il cinema e la realtà, scommessa che i Taviani vincono perché non cedono né alle lusinghe del documentario, né a quelle del film di finzione, e realizzano una docu-fiction di grande spessore visivo e di forte impatto emotivo. La fotografia del film lavora parallelamente su due fronti opposti. In un bianco e nero marcatamente cinematografico e irreale vengono rappresentati i momenti della formazione del cast e delle prove, i volti degli attori vengono colti nella loro trasformazione in personaggi shakespeariani per poi essere ripresi nell’intimità delle loro celle, nei labirintici corridoi dell’edificio. Il colore, invece, serve a rappresentare la recita finale, che nella sua estrema tragicità appare più vera della vita in carcere, verosimile perché vicina ai fantasmi con cui ogni giorno fanno i conti i carcerati. La storia del grande eroe latino è la tragedia per eccellenza: da una parte l’amore di un figlio – Bruto – per il padre, dall’altra l’amore per la res publica, per quella Roma che pericolosamente vira verso un regime monarchico. Cesare deve morire perché così è scritto, perché questa è la condanna a cui lo ha costretto la storia, proprio come i detenuti devono scontare la loro pena e a nulla può l’evasione mentale che è loro concessa attraverso questo laboratorio teatrale. “Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata una prigione”, afferma un attore - detenuto: la tragedia nella tragedia rappresentata dai Taviani è dunque questa, la reclusione mentale più di quella fisica, la vita che torna ad acquistare dignità sul palco per poi riperderla al rientro in prigione.



Post Correlati