Addio a Furio Scarpelli

Furio Scarpelli, oltre 140 film sceneggiati per il cinema e la tv, più di 40 i registi con cui ha lavorato, sessant’anni di attività praticamente ininterrotta, esponente di punta – insieme ad Age – della commedia all’italiana, lascia alla storia del cinema un’eredità imponente e tanti preziosi insegnamenti, come l’importanza che un film, per essere un prodotto riuscito, deve principalmente essere scritto bene. Gli esordi di Scarpelli sceneggiatore, sul finire degli anni Quaranta, sono segnati già dai primi successi: con Totò le mokò di Bragaglia ha inizio una lunga serie di pellicole che vede protagonista incontrastato il Principe di Napoli, film dalle esilaranti battute che divertono ancora oggi e dall’intreccio spassoso ma solido, che Totò assorbiva e interiorizzava con la sua superba interpretazione; dello stesso anno, il 1949, è Vivere a sbafo, il primo film scritto col fedele Age (al secolo Agenore Incrocci) e che segna la prima tappa di quello che sarà un sodalizio artistico lungo più di trent’anni.
Erano anni in cui il cinema italiano ricercava l’impegno, anni in cui il Neorealismo viveva già la sua parabola calante, ma lasciava nella coscienza dei cineasti la voglia di scavare nell’animo umano e di non dimenticare gli orrori vissuti. In questo terreno fertile attecchisce negli anni Cinquanta la commedia all’italiana. Così nel 1958, mentre oltreoceano si guarda al thriller psicologico con La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock e in Francia al giallo adultero di Louis Malle con Ascensore per il patibolo, l’Italia muove i primi passi verso quello che sarebbe stato definito il “boom economico”: ed ecco che il duo Age & Scarpelli con I soliti ignoti mette in scena un paese in trasformazione ma ancora estremamente facilone, dove il furto dell’anno può concludersi con un nulla di fatto e una storica cena a base di fagioli; o con La grande guerra, film del 1959 dove la straordinaria interpretazione di due attori come Alberto Sordi e Vittorio Gassman fa da corollario a una sceneggiatura che alterna momenti realmente comici ad altri lirici e drammatici. Non è un caso che Mario Monicelli scelga proprio Incrocci e Scarpelli per scrivere, insieme a lui, i suoi film più significativi: il regista vede negli sceneggiatori la capacità di saper leggere la storia del proprio paese, di ironizzare cogliendo le differenze con l’attuale condizione e rielaborare il tutto con lucidità e sarcasmo.
L’apice lo si raggiunge certamente nel 1966 con L’armata Brancaleone, che rappresenta un affresco storico, sociale e linguistico senza eguali nel cinema italiano, un pastiche a metà tra il Cantico di San Francesco e il Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda: una sceneggiatura dai dialoghi inossidabili, che crea un gioco fonetico e semantico tra il latino, il volgare e le espressioni dialettali e che ha partorito locuzioni entrate di diritto nella lingua parlata.
Scarpelli è stato un indimenticabile scrittore dei vizi (molti) e delle virtù (poche) dell’italiano medio, dei tic e delle facili degenerazioni in caricature: basti pensare al Mafioso di Alberto Lattuada, a I mostri e al labile concetto di colpevolezza di In nome del popolo italiano, entrambi di Dino Risi, al conservatorismo estremo di Sedotta e abbandonata e alla provincia veneta opulenta di Signore e signori di Pietro Germi. Si spiega così l’incapacità di assecondare Hitchcock nella scrittura di un giallo a metà degli anni Sessanta: il mondo dello star system, le superproduzioni americane e il confronto con un genere come quello giallo poco si confacevano alla tecnica di scrittura del duo, che declinò la proposta e accettò invece di collaborare a Il buono, il brutto e il cattivo accanto a Sergio Leone e Luciano Vincenzoni.
Gli anni Settanta sono quelli della collaborazione con Ettore Scola e della commedia che si vena di rimpianto, come nei tre partigiani di C’eravamo tanto amati che vivono in modo differente il proprio passato politicamente impegnato, o come La terrazza, affresco della Roma radical-chic eternamente combattuta tra purezza degli ideali e tradimento consumistico.
Scarpelli, dopo la separazione da Age, aveva trovato nuova linfa vitale nel Centro sperimentale di Cinematografia di Roma, contribuendo in modo determinante a formare registi del calibro di Francesca Archibugi e Paolo Virzì: con quest’ultimo ha collaborato nei film Ovosodo e N – Io e Napoleone, film che segnano non tanto la rinascita della commedia all’italiana, quanto un nuovo e intelligente modo di trattare la commedia contemporanea.
Era tornato a lavorare, insieme al figlio Giacomo, alla sceneggiatura di Christine Cristina, l’ultimo film diretto da Stefania Sandrelli sulla vita di Cristina da Piazzano, attualmente nelle sale; con Scarpelli se ne va non solo un profondo conoscitore della storia degli italiani con un occhio critico sul presente, ma soprattutto un vero mestierante del cinema nostrano, uno scrittore che rifugge da facili consolazioni e che non esita a mostrare le ferite aperte di un paese pieno di contraddizioni. In C’eravamo tanto amati il personaggio di Gianni osserva amaramente: “Il futuro è già passato, e non ce ne siamo neanche accorti”. Il cinema italiano ha una sola possibilità per non trovarsi a compiere una riflessione del genere: imparare dai suoi maestri, Scarpelli in primis.



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